Il turismo, vero motore della Toscana, cresce. Ma non ovunque e soprattutto non in egual misura. Rispetto allo scorso anno sono 105mila le presenze in più, circa 1,1%. Forte l’afflusso di stranieri +1,6% tre volte quelle degli italiani, fermi ad un +0,5%.
Il settore in maggiore aumento (+12,1% a giugno, +4,9% a luglio e agosto) è quello identificato come “altro interesse”, che comprende il turismo enogastronomico, il turismo sportivo, e altre forme di turismo di nicchia come quello legato a singoli eventi, come la Notte Bianca dell'aprile scorso.
La crescita è dovuta al notevole afflusso dei turisti provenienti dai Bric: Brasile, Russia, India e Cina. Il rapporto Irpet, da cui provengono i dati, sottolinea anche il decollo delle presenze di cittadini di lingua anglosassone: +20% di americani e +5,6% dal Regno Unito.
OPERATOR - Il mix di flussi riequilibrato verso gli arrivi esteri tende a far incrementare le presenze nelle città d'arte, che rimangono il prodotto turistico toscano più venduto dai tour operator internazionali: sono quindi cresciute le presenze a Firenze (+10,5%), Pisa (+5,8%), Lucca (+5,2%) e Siena (+3,1%). La riduzione delle presenze da regioni italiane popolose come Lombardia (-0,3%) ed Emilia-Romagna (-1,0%), oltre al calo delle presenze degli stessi turisti toscani (-2,7%), ha ripercussioni soprattutto nei territori della costa come Arcipelago Toscano (-0,6%), Versilia (-0,9%), Livorno (-2%), Grosseto (-3,7%) e Massa Carrara (-5,2%).
Tutto bene? Neanche per sogno. Il rapporto evidenzia sì un afflusso maggiore di turisti, che ha come tornaconto uno svuotamento delle strutture ricettive di più basso profilo. Infatti gli alberghi di alta qualità riescono ad intercettare le esigenze dei turisti mentre quelli più piccoli, di rango più basso, lavorano poco. Perché? La risposta è che le famiglie italiane con reddito medio –basso viaggiano poco, creando un effetto domino su chi ha poche stelle; se potesse rincuorare il fermo toscano è dell’-1,9% contro quello nazionale del -3,1%. Chissà quali saranno gli effetti della tassa di soggiorno in discussione in queste ore a Palazzo Vecchio.
martedì 21 giugno 2011
Turismo, quello enogastronomico e sportivo in crescita
Buone notizie per il turismo toscano: il trend positivo del 2010 continua nel 2011. I dati relativi all'indagine campionaria promossa dal Centro Studi Turistici, e illustrata stamani da Toscana Promozione in un incontro pubblico alle Murate con l'assessore regionale al turismo Cristina Scaletti, mostrano sia un giugno in crescita (+1,3%) che una previsione positiva per luglio/agosto (+1,1%). La crescita delle presenze nel periodo estivo è, anche per quest'anno, trainata dal turista estero (+1,6%) ma segnali di ripresa si stanno registrando anche per il cliente italiano (+0,5%). In base alle prenotazioni già acquisite, il trend dei mercati stranieri per luglio-agosto risulta in diminuzione per Germania, Austria, Inghilterra e Giappone, in crescita per Spagna, Paesi Scandinavi, Belgio, Francia, Russia, Paesi dell’Est, Canada, Brasile e India. Si registra una sostanziale stabilità per Svizzera, Stati Uniti e Cina.
A giugno si dovrebbe registrare un aumento di oltre 100.000 presenze complessive r ispetto al 2010. In crescita le città d’arte: buoni le previsioni di Firenze, Siena, Lucca e Arezzo. Le prenotazioni per luglio/agosto registrano un ulteriore aumento (+1,1%). In termini di prodotti, bene il balneare (+2,9% con un aumento di 270.000 presenze) con l'eccezione dell'Elba e della Versilia e la campagna (+1,5%) mentre per il termale e la montagna le prospettive appaiono ancora difficili. Un caso a parte sono i prodotti designati come “altro interesse” che aumentano a ritmi interessanti (12,1% a giugno con un aumento di 32mila presenze e 4,9% nel bimestre luglio/agosto). In questa voce si raggruppano prodotti turistici particolari (come l'enogastronomico e i turismi legati a sport e ambiente) che rappresentano la nuova frontiera del turismo legato non solamente alla destinazione, ma anche alla motivazione del viaggio. Sono i cosiddetti “prodotti esperienziali” che stanno attirando sempre più l'attenzione degli operatori del settore.
“Registriamo con soddisfazione queste previsioni che confermano il buon lavoro svolto dal sistema Toscana nel suo complesso, dai privati come dal pubblico – ha commentato l'assessore Scaletti -. Dobbiamo proseguire su questa strada, fornendo al turista il maggior ventaglio possibile di prodotti attraverso i mezzi più funzonali e moderni, come il web, per far incontrare offerta e domanda in modo ottimale e funzionale alla valorizzazione sostenibile della nostra ricchezza storica e culturale. Occorre invece evitare ritorni al passato come la tassa di soggiorno, una scelta centralistica e antiquata che non porta benefici e rischia con i suoi aggravi di frenare la ripresa in atto”. Per quanto riguarda l’unico compito affidato in questo campo alle Regioni, lasciate a margine delle decisioni, l'assessore ha confermato che è in dirittura finale (è all'esame del Consiglio regionale) il regolamento regionale che stabilisce i criteri per l’elenco dei Comuni che potranno introdurre la tassa di soggiorno (oltre ai comuni capoluogo e alle unioni di comuni che possono farlo in base alla legge nazionale). “In Toscana – ha concluso l’asssessore Scaletti - faranno riferimento agli Osservatori turistici di destinazione, in grado di introdurre elementi di sostenibilità, di identità e di qualità a cui vincolare la possibilità di introdurre la tassa di soggiorno”.
«Gli operatori del settore turistico toscano - dichiara la consigliera regionale della Lega Nord Marina Staccioli - fino ad oggi non sono stati messi in grado di lavorare in rete fra loro nonostante la nostra regione abbia attrattive e territori che potrebbero e dovrebbero essere sistematicamente proposte ai turisti attraverso una precisa pianificazione e programmazione. Purtroppo, la Regione non ha mai incentivato né ha mai contribuito incisivamente a fare in modo che gli operatori del settore facessero sistema tra di loro.
Il portale della Regione Toscana dedicato al turismo, rispetto ad altri portali come per esempio quello del Trentino Alto Adige, manca di fruibilità e ad un elevatissimo numero di accessi non seguono adeguati servizi. Mentre alcune Regioni hanno capito che per lanciare il settore turistico è necessario fare sistema tra operatori e territori ed è fondamentale l’uso di internet, la Toscana non è certamente all’avanguardia come si vuole far credere in quanto arriva a queste conclusioni con colpevole ritardo».
I dati del 2010
I dati dell'Osservatorio regionale del turismo sul 2010, illustrati stamani nello stesso incontro confermano quelli anticipati nelle scorse settimane. Il rapporto annuale dell'IRPET ha registrato nel 2010 una capacità di reazione del sistema toscano alla crisi superiore al dato nazionale (+2,6% rispetto al -0,7% dell'Italia) con una note vole capacità di intercettare la domanda estera (+7,9% contro +2,4%) e di contenere maggiormente la perdita sul fronte interno (-1,9% contro -3,1%). Incoraggiante il dato sull'occupazione (+0,7%), in controtendenza rispetto agli altri settori produttivi anche se la crisi aveva colpito duramente nel 2009. Il settore rimane nel medio periodo uno di quelli più performanti (+30mila addetti fra 2001 e 2008).
Le presenze dall'estero mostrano segnali interessanti: nel medio periodo, infatti, si registra una progressiva e positiva diversificazione dei mercati di provenienza: Francia (+9% nel 2010, con un +41% negli ultimi cinque anni) e Spagna (+11,3%), per non parlare dei paesi BRIC (soprattutto Russia +38%, Brasile +55%, Cina +39%) che hanno ritmi elevati di crescita pur con numeri ancora contenuti; una capacità di gestire le congiunture economiche (mercato inglese +5,6% e, soprattutto, statunitense +20%); e, nell'ultimo anno, una ripresa del mercato tedesco (+1,5%). Sul mercato interno le difficoltà sono generalizzare con un particolare segno negativo per le presenze di provenienza regionale (-2,7%) e una contrazione della durata media delle vacanze (e questo incide sopratutto per il turismo delle famiglie). A livello di aree geografiche, hanno avuto importanti risultati tutte le città d'arte (Firenze +10,8%, Pisa +5,8%, Lucca +5,2%, Siena +3,1%), mentre tutte le aree della costa risultano nel 2010 in difficoltà. Le presenze calano sulle coste di Massa Carrara (-5,2%), Livorno (-2%), Grosseto(-3,7%), Versilia (-0,9%) e Arcipelago Toscano (-0,6%). Il risultato è legato alla maggiore dipendenza di queste aree dal mercato interno, che coinvolge anche il prodotto montagna (-6,3%).
A giugno si dovrebbe registrare un aumento di oltre 100.000 presenze complessive r ispetto al 2010. In crescita le città d’arte: buoni le previsioni di Firenze, Siena, Lucca e Arezzo. Le prenotazioni per luglio/agosto registrano un ulteriore aumento (+1,1%). In termini di prodotti, bene il balneare (+2,9% con un aumento di 270.000 presenze) con l'eccezione dell'Elba e della Versilia e la campagna (+1,5%) mentre per il termale e la montagna le prospettive appaiono ancora difficili. Un caso a parte sono i prodotti designati come “altro interesse” che aumentano a ritmi interessanti (12,1% a giugno con un aumento di 32mila presenze e 4,9% nel bimestre luglio/agosto). In questa voce si raggruppano prodotti turistici particolari (come l'enogastronomico e i turismi legati a sport e ambiente) che rappresentano la nuova frontiera del turismo legato non solamente alla destinazione, ma anche alla motivazione del viaggio. Sono i cosiddetti “prodotti esperienziali” che stanno attirando sempre più l'attenzione degli operatori del settore.
“Registriamo con soddisfazione queste previsioni che confermano il buon lavoro svolto dal sistema Toscana nel suo complesso, dai privati come dal pubblico – ha commentato l'assessore Scaletti -. Dobbiamo proseguire su questa strada, fornendo al turista il maggior ventaglio possibile di prodotti attraverso i mezzi più funzonali e moderni, come il web, per far incontrare offerta e domanda in modo ottimale e funzionale alla valorizzazione sostenibile della nostra ricchezza storica e culturale. Occorre invece evitare ritorni al passato come la tassa di soggiorno, una scelta centralistica e antiquata che non porta benefici e rischia con i suoi aggravi di frenare la ripresa in atto”. Per quanto riguarda l’unico compito affidato in questo campo alle Regioni, lasciate a margine delle decisioni, l'assessore ha confermato che è in dirittura finale (è all'esame del Consiglio regionale) il regolamento regionale che stabilisce i criteri per l’elenco dei Comuni che potranno introdurre la tassa di soggiorno (oltre ai comuni capoluogo e alle unioni di comuni che possono farlo in base alla legge nazionale). “In Toscana – ha concluso l’asssessore Scaletti - faranno riferimento agli Osservatori turistici di destinazione, in grado di introdurre elementi di sostenibilità, di identità e di qualità a cui vincolare la possibilità di introdurre la tassa di soggiorno”.
«Gli operatori del settore turistico toscano - dichiara la consigliera regionale della Lega Nord Marina Staccioli - fino ad oggi non sono stati messi in grado di lavorare in rete fra loro nonostante la nostra regione abbia attrattive e territori che potrebbero e dovrebbero essere sistematicamente proposte ai turisti attraverso una precisa pianificazione e programmazione. Purtroppo, la Regione non ha mai incentivato né ha mai contribuito incisivamente a fare in modo che gli operatori del settore facessero sistema tra di loro.
Il portale della Regione Toscana dedicato al turismo, rispetto ad altri portali come per esempio quello del Trentino Alto Adige, manca di fruibilità e ad un elevatissimo numero di accessi non seguono adeguati servizi. Mentre alcune Regioni hanno capito che per lanciare il settore turistico è necessario fare sistema tra operatori e territori ed è fondamentale l’uso di internet, la Toscana non è certamente all’avanguardia come si vuole far credere in quanto arriva a queste conclusioni con colpevole ritardo».
I dati del 2010
I dati dell'Osservatorio regionale del turismo sul 2010, illustrati stamani nello stesso incontro confermano quelli anticipati nelle scorse settimane. Il rapporto annuale dell'IRPET ha registrato nel 2010 una capacità di reazione del sistema toscano alla crisi superiore al dato nazionale (+2,6% rispetto al -0,7% dell'Italia) con una note vole capacità di intercettare la domanda estera (+7,9% contro +2,4%) e di contenere maggiormente la perdita sul fronte interno (-1,9% contro -3,1%). Incoraggiante il dato sull'occupazione (+0,7%), in controtendenza rispetto agli altri settori produttivi anche se la crisi aveva colpito duramente nel 2009. Il settore rimane nel medio periodo uno di quelli più performanti (+30mila addetti fra 2001 e 2008).
Le presenze dall'estero mostrano segnali interessanti: nel medio periodo, infatti, si registra una progressiva e positiva diversificazione dei mercati di provenienza: Francia (+9% nel 2010, con un +41% negli ultimi cinque anni) e Spagna (+11,3%), per non parlare dei paesi BRIC (soprattutto Russia +38%, Brasile +55%, Cina +39%) che hanno ritmi elevati di crescita pur con numeri ancora contenuti; una capacità di gestire le congiunture economiche (mercato inglese +5,6% e, soprattutto, statunitense +20%); e, nell'ultimo anno, una ripresa del mercato tedesco (+1,5%). Sul mercato interno le difficoltà sono generalizzare con un particolare segno negativo per le presenze di provenienza regionale (-2,7%) e una contrazione della durata media delle vacanze (e questo incide sopratutto per il turismo delle famiglie). A livello di aree geografiche, hanno avuto importanti risultati tutte le città d'arte (Firenze +10,8%, Pisa +5,8%, Lucca +5,2%, Siena +3,1%), mentre tutte le aree della costa risultano nel 2010 in difficoltà. Le presenze calano sulle coste di Massa Carrara (-5,2%), Livorno (-2%), Grosseto(-3,7%), Versilia (-0,9%) e Arcipelago Toscano (-0,6%). Il risultato è legato alla maggiore dipendenza di queste aree dal mercato interno, che coinvolge anche il prodotto montagna (-6,3%).
Turismo: bene Lucca, male la Versilia
LUCCA - La provincia viaggia a due velocita': da una parte il capoluogo, che con la sua arte tiene bene il mercato, dall'altra la costa che continua a registrare il segno meno. Lo afferma un'indagine del Centro Studi Turistici.
In Toscana il 2011 si sta rivelando un anno molto buono. Secondo le stime, a giugno le presenze cresceranno di oltre 100.000 unita' rispetto al 2010. E anche le prenotazioni per luglio/agosto registrano l'aumento del +1,1%. A trainare il mercato sono le citta' d'arte: Firenze, Pisa, Siena, ma anche Lucca che dopo l'incremento di turisti dello scorso anno pari al 5,2%, nel 2011 sembra destinata a ripetersi. Andando a vedere le singole realta' locali, pero', la situazione non e' tutta rose e fiori. E le note dolenti arrivano da un settore fondamentale per la nostra provincia: se il turismo balneare toscano in questa estate vedra' un aumento di 270.000 presenze, la Versilia fa eccezione e registra il segno meno. Colpa dell'aumento dei prezzi? Difficile dirlo. Di sicuro la tendenza non e' stata invertita rispetto al 2010, anno gia' duro per la Versilia che ha dovuto incassare il -0,9%.
FONTE: NOI TV srl
In Toscana il 2011 si sta rivelando un anno molto buono. Secondo le stime, a giugno le presenze cresceranno di oltre 100.000 unita' rispetto al 2010. E anche le prenotazioni per luglio/agosto registrano l'aumento del +1,1%. A trainare il mercato sono le citta' d'arte: Firenze, Pisa, Siena, ma anche Lucca che dopo l'incremento di turisti dello scorso anno pari al 5,2%, nel 2011 sembra destinata a ripetersi. Andando a vedere le singole realta' locali, pero', la situazione non e' tutta rose e fiori. E le note dolenti arrivano da un settore fondamentale per la nostra provincia: se il turismo balneare toscano in questa estate vedra' un aumento di 270.000 presenze, la Versilia fa eccezione e registra il segno meno. Colpa dell'aumento dei prezzi? Difficile dirlo. Di sicuro la tendenza non e' stata invertita rispetto al 2010, anno gia' duro per la Versilia che ha dovuto incassare il -0,9%.
FONTE: NOI TV srl
Gli italiani tornano a fare il bagno in Toscana. La ripresina del turismo
Boom di prenotazioni in hotel e agriturismi toscani. Il turismo torna a crescere (105mila presenze in più), grazie a eventi, enogastronomia e sport. E gli italiani scelgono le coste toscane.
SEGNO PIU’. Secondo una ricerca presentata oggi a giugno le presenze in più rispetto al 2010 potrebbero toccare quota 105mila. La crescita è stimata anche per i prossimi mesi di luglio e agosto: le prenotazioni sono salite dell’1,1% (0,5% tra gli italiani, 1,6% tra gli stranieri).
CHI SALE. A trainare la ripresa del settore sono turismo enogastronomico, sportivo e legato a singoli eventi, per i quali si preannuncia una crescita del 12,1% a giugno e del 4,9% a luglio e ad agosto.
MARE E MONTAGNA. Cresce il turismo balneare, grazie al mercato interno (+1,7%), mentre calano le prenotazioni per la montagna (-0,9% giugno, -5,1% luglio-agosto). Continua il periodo nero per il settore termale (-8,2% giugno, -10,4%).
SEGNO PIU’. Secondo una ricerca presentata oggi a giugno le presenze in più rispetto al 2010 potrebbero toccare quota 105mila. La crescita è stimata anche per i prossimi mesi di luglio e agosto: le prenotazioni sono salite dell’1,1% (0,5% tra gli italiani, 1,6% tra gli stranieri).
CHI SALE. A trainare la ripresa del settore sono turismo enogastronomico, sportivo e legato a singoli eventi, per i quali si preannuncia una crescita del 12,1% a giugno e del 4,9% a luglio e ad agosto.
MARE E MONTAGNA. Cresce il turismo balneare, grazie al mercato interno (+1,7%), mentre calano le prenotazioni per la montagna (-0,9% giugno, -5,1% luglio-agosto). Continua il periodo nero per il settore termale (-8,2% giugno, -10,4%).
TURISMO: IN TOSCANA TREND POSITIVO 2010 PROSEGUIRA' NEL 2011
Buone notizie per il turismo toscano: il trend positivo del 2010 continua nel 2011. I dati relativi all'indagine campionaria promossa dal Centro Studi Turistici, e illustrata stamani da Toscana Promozione in un incontro pubblico alle Murate con l'assessore regionale al turismo Cristina Scaletti, mostrano sia un giugno in crescita (+1,3%) che una previsione positiva per luglio/agosto (+1,1%).
La crescita delle presenze nel periodo estivo e', anche per quest'anno, trainata dal turista estero (+1,6%) ma segnali di ripresa si stanno registrando anche per il cliente italiano (+0,5%). In base alle prenotazioni gia' acquisite, il trend dei mercati stranieri per luglio-agosto risulta in diminuzione per Germania, Austria, Inghilterra e Giappone, in crescita per Spagna, Paesi Scandinavi, Belgio, Francia, Russia, Paesi dell'Est, Canada, Brasile e India. Si registra una sostanziale stabilita' per Svizzera, Stati Uniti e Cina. A giugno si dovrebbe registrare un aumento di oltre 100.000 presenze complessive r ispetto al 2010. In crescita le citta' d'arte: buoni le previsioni di Firenze, Siena, Lucca e Arezzo. Le prenotazioni per luglio/agosto registrano un ulteriore aumento (+1,1%). In termini di prodotti, bene il balneare (+2,9% con un aumento di 270.000 presenze) con l'eccezione dell'Elba e della Versilia e la campagna (+1,5%) mentre per il termale e la montagna le prospettive appaiono ancora difficili. Un caso a parte sono i prodotti designati come "altro interesse" che aumentano a ritmi interessanti (12,1% a giugno con un aumento di 32mila presenze e 4,9% nel bimestre luglio/agosto). In questa voce si raggruppano prodotti turistici particolari (come l'enogastronomico e i turismi legati a sport e ambiente) che rappresentano la nuova frontiera del turismo legato non solamente alla destinazione, ma anche alla motivazione del viaggio. (AGI)
La crescita delle presenze nel periodo estivo e', anche per quest'anno, trainata dal turista estero (+1,6%) ma segnali di ripresa si stanno registrando anche per il cliente italiano (+0,5%). In base alle prenotazioni gia' acquisite, il trend dei mercati stranieri per luglio-agosto risulta in diminuzione per Germania, Austria, Inghilterra e Giappone, in crescita per Spagna, Paesi Scandinavi, Belgio, Francia, Russia, Paesi dell'Est, Canada, Brasile e India. Si registra una sostanziale stabilita' per Svizzera, Stati Uniti e Cina. A giugno si dovrebbe registrare un aumento di oltre 100.000 presenze complessive r ispetto al 2010. In crescita le citta' d'arte: buoni le previsioni di Firenze, Siena, Lucca e Arezzo. Le prenotazioni per luglio/agosto registrano un ulteriore aumento (+1,1%). In termini di prodotti, bene il balneare (+2,9% con un aumento di 270.000 presenze) con l'eccezione dell'Elba e della Versilia e la campagna (+1,5%) mentre per il termale e la montagna le prospettive appaiono ancora difficili. Un caso a parte sono i prodotti designati come "altro interesse" che aumentano a ritmi interessanti (12,1% a giugno con un aumento di 32mila presenze e 4,9% nel bimestre luglio/agosto). In questa voce si raggruppano prodotti turistici particolari (come l'enogastronomico e i turismi legati a sport e ambiente) che rappresentano la nuova frontiera del turismo legato non solamente alla destinazione, ma anche alla motivazione del viaggio. (AGI)
domenica 19 giugno 2011
A Pianosa in barca a vela!
Dopo la tappa all'Isola d'Elba, continua il racconto del viaggio di Patrizio e Syusy sulla rotta dei Popoli del Mare a bordo di Adriatica nel Tirreno. Questa volta ci raccontano lo sbarco a Pianosa...
Un carcere modello
La nostra amica Cinzia Battaglia, guida non-per-caso, sale a bordo di Adriatica a Porto Azzurro, proprio per accompagnarci a Pianosa, e raccontarci l’Isola che Napoleone ha definito “la più interessante dell’Arcipelago Toscano”.
Dall’Elba siamo molto vicini, doppiata punta Secchetto saranno 7 o 8 miglia. E la leggenda narra che tempo fa pochi reclusi siano riusciti ad evadere raggiungendo la costa elbana, qualcuno anche nuotando con una camera d’aria, come i moderni balseros, qualcun altro addirittura con un canotto acquistato per corrispondenza (ma questa mi pare troppo grossa). Pianosa infatti è
stata da sempre un carcere, fin da quando l’Imperatore Augusto ci mandò suo nipote Agrippa in esilio. Poi ci hanno mandato al confino una comunità di Cristiani, attorno al 250 d.C. Ma è dalla metà del 1800 che diventa ufficialmente un’isola-carcere, fino a pochi anni fa. Negli anni ’30 c’è stato anche Sandro Pertini, durante la massima espansione del penitenziario, che era arrivato a ospitare anche 1.000 detenuti, con più di 60 famiglie di carcerieri e agenti. Ma doveva essere anche un gran bel posto, e salubre, se dal 1884 l’hanno fatta diventare una Colonia Penale modello, con un Ospedale per guarire i carcerati tubercolotici.
La STORIA
E Pianosa doveva essere anche un posto importante, se è vero che storicamente se la sono disputata ferocemente il Papato (fin dal 770 d.C.), poi i Pisani, quindi i Genovesi, il Principato di Piombino con la famiglia Appiani, il Granduca di Toscana, i Borgia, gli Spagnoli, i Francesi, gli Austriaci ecc ecc. Napoleone appunto la riteneva strategica: ci ha piazzato 100 soldati, 6 cannoni e un gruppo di coloni, a cui ha regalato sementi, mucche, pecore e l’esenzione dalle tasse. E quante battaglie a Pianosa! Famose quelle dei cosiddetti corsari franco-turchi, comandati dal famigerato Dragut, che nel 1553, dall’Elba, manda il suo luogotenente Karà Mustafà a fare strage a Pianosa: 500 morti e 200 schiavi. Un detto elbano recita “mi costa più dell’orzo di Pianosa”, alludendo alle difficoltà ma anche alla preziosità di tutto ciò che ha a che fare con questa isola. Decisamente Pianosa ci incuriosisce…
PLANARIA
Si vede da lontano, a occhio nudo, che Pianosa è veramente piatta, il suo massimo “rilievo” non arriva a 30 metri sul livello del mare, non a caso i Romani la chiamavano Planaria. Avvicinandosi bisogna fare attenzione, Pianosa era soprannominata “l’ingannatrice dei naviganti”. Infatti accostando a Cala dei Turchi bisogna stare attenti non solo allo scoglio della Scola, ma anche ad altri scoglietti affioranti. Qualche tempo fa una barca a vela è andata a sbattere contro queste secche e ha rischiato seriamente di affondare e in più – oltre al danno la beffa – ha preso anche una salatissima multa: l’Isola è Parco Nazionale (dal 1988 fa parte del Parco dell’Arcipelago Toscano) quindi è vietato l’accesso, la pesca, la navigazione entro un miglio, la sosta e l’ancoraggio. Noi abbiamo chiesto per tempo il permesso, all’Ente Parco. Se uno vuole però la può facilmente visitare, con gruppi accompagnati e organizzati: la Toremar fa servizio traghetti tutti i martedì da Piombino e da Rio Marina, e durante il periodo estivo c’è un traghetto tutti i giorni da Marina di Campo. Noi con la nostra barcona non accostiamo al moletto, che tra l’altro è pieno di punte di ferro sporgenti arrugginite, ma ancoriamo poco più in là, fuori dal campo di manovra del traghetto, e col gommone entriamo nel piccolo porticciolo
IL PORTO
Se non fosse per Sandro e Carlo, che con la sua famiglia ci aspetta sul molo, sarebbe tutto deserto. L’impressione arrivando è meravigliosa, terribile ed emozionante. Il piccolo porto è una meraviglia, con i palazzi, le casette, le scale, le mura: il tutto costruito secondo sovrapposizioni di stili diversi e di epoche diverse. Ma solo una piccola parte è efficiente e restaurata: il resto è in completo ed evidente abbandono. Sembra un paese fantasma. Un posto magnifico, magari proprio perché in piena decadenza. L’abbandono conferisce al tutto un fascino particolare, ma anche un filo di inquietudine. E’ una scenografia stupefacente. Il risultato di una lunga storia, spesso una storia tragica. Una storia appunto di abbandoni e di successive riconquiste dell’Isola da parte dell’uomo, periodi di decadenza alternati a nuove riscosse e a nuove prospettive. Dopo Napoleone, anche il Conte Zuccagni nel 1841 ha provato a rilanciare l’isola, a ripopolarla e restaurarla, ma anche lui non ce l’ha fatta. E poi è venuto il penitenziario…
IL SIGNOR ALBERTO
Sandro è Guardia Carceraria e Carlo (Mazzerbo) è il Direttore del Carcere di Porto Azzurro, da cui dipende ora Pianosa. Ci accolgono con grande calore e simpatia. Carlo ci racconta la storia recente del Carcere, e ci porta a visitare quel che ne rimane. Ma intanto dal traghetto sbarca il signor Alberto, e non possiamo tutti quanti fare a meno di ascoltarlo e poi seguirlo: Alberto, che avrà ottant’anni, è nato qui, suo padre era un addetto alla sicurezza. E qui ha vissuto fino a tutta la Guerra, poi se n’è andato, e oggi torna a casa, dopo 65 anni! E’ emozionantissimo, ed è emozionante seguirlo tra i vicoletti e le case subito dietro al Porto. Lui vorrebbe entrare in quella che era la sua casa, ma non si può: è puntellata e pericolante. Chiede al Direttore se può comprarsi la sua vecchia casa, ma non si può nemmeno questo, è demaniale. Alberto racconta della sua infanzia, racconta di quando il paesino era abitato da un sacco di famiglie, racconta dei suoi giochi di bambino, delle regole ferree a cui comunque anche i ragazzini dovevano sottostare per non invadere gli spazi del penitenziario, racconta di un detenuto che gli era simpatico e gli faceva dei regali e di suo padre che lo sgridò, racconta degli anni della guerra. Ha le lacrime agli occhi, e con lui sembra di rivivere una Pianosa diversa, sembra che i muri si rianimino, che le orbite vuote delle finestre sfondate delle case si rimettano delle ciglia fatte di tendine, sembra di risentire voci e presenze. Poi il signor Alberto ci lascia: va a visitare il cimitero, sperando che almeno quello sia rimasto uguale. E noi invece proseguiamo la visita del Carcere.
IL MURO
Il Direttore ci porta in un edificio in fondo, oltre al Paese, oltre alla bellissima villa che fu dell’Agronomo, e che ora rischia di cadere a pezzi. L’Agronomo era una persona importante, perché la Colonia Penale era una fiorentissima azienda agricola, dove si coltivavano i campi, si allevava bestiame, si faceva il vino. Ci sono ancora le cantine. A suo modo Pianosa è sempre stato un Carcere modello: oltre al sanatorio, era un posto in cui si poteva godere di un regime di
semilibertà. Ad un certo punto dobbiamo superare un enorme muro di cemento armato, fatto però di ben poco cemento, perché si vede che è recente, eppure è già cadente. E’ un segno drammatico che stona col panorama, una ferita profondamente angosciante ed antiestetica che rovina un contesto urbanistico storico che viceversa sarebbe molto bello, molto umano. E non è un caso: il muro l’hanno fatto nel 1979, negli anni di piombo, quando Pianosa è tornata ad essere un carcere di massima sicurezza per terroristi e poi – dopo le stragi di Falcone e Borsellino – ha continuato ad ospitare mafiosi particolarmente pericolosi. Quelli sono stati anni duri e tristi: l’Isola era presidiata militarmente, e tutto il resto (il regime di semilibertà, gli esperimenti di rieducazione) non contava più. Ora è rimasto questo muro allucinante, che comunque ben rappresenta storicamente i paradossi dell’epoca: in realtà il muro, ad un certo punto, finisce nel nulla. Quindi non è mai servito veramente: era più che altro una scenografia ad uso delle telecamere della stampa, un po’ come il muro di cartone che delimitava i confini di Truman Show.
MICRO E MACRO FAUNA
Girando per quelli che fino a poco tempo fa erano campi coltivati, costeggiando quello che fino all’altroieri era un campo di calcio con le porte ora semicrollate, ci viene spontaneo fermarsi a filmare. Ma Sandro, la Guardia che ci accompagna, ci consiglia molta prudenza: l’isola è letteralmente infestata dalle zecche. Ce ne accorgiamo subito a nostre spese: entrano dai finestrini, si infilano nelle pieghe degli abiti e cercano ovviamente di attaccarsi alla pelle. Un vero flagello. Ma come mai? Ci spiegano che dopo l’abbandono dei campi, e soprattutto dopo che sull’isola non c’è più bestiame, le zecche sono esplose. Ma non si può fare nulla? Si potrebbero spruzzare insetticidi, ma il Parco si oppone, perché ne farebbe le spese anche l’altra micro-fauna. D’accordo, però in questo modo la macro-fauna, cioè gli essere umani, ne escono piuttosto malconci…
In ogni caso anche le zecche vanno ascritte ai danni provocati dall’abbandono di questo angolo di Paradiso: non c’è nulla da fare, se l’uomo ad un certo punto rompe l’equilibrio naturale, comunque alla fine son… cazzi suoi. O fa un passo indietro radicale, cioè si toglie di mezzo e abbandona totalmente un luogo, oppure spetta a lui (cioè a noi) trovare un nuovo equilibrio.
TUTTI AL RISTORANTE DEL CARCERE
Quando noi ci siamo stati, a fine giugno, c’erano sull’Isola 5 detenuti, e ne stava per arrivare qualcun altro. Ci hanno mostrato le loro celle, aperte. E la cucina. Girano liberi sull’Isola, sono detenuti ormai a fine pena, che hanno dimostrato senso di responsabilità e ottima condotta. Lavorano per conto della Cooperativa San Giacomo, che organizza il reinserimento di numerosi detenuti ed ex detenuti, qui a Pianosa e non solo. Gestiscono il Ristorante, che poi è l’unico edificio veramente vivo dell’Isola, il punto di incontro. Qui vendono i souvenir fatti da loro, soprattutto magliette. E si mangia decisamente molto bene: il cuoco è un vero professionista, che prima di finire in carcere faceva lo chef. Intendiamoci: a Pianosa i detenuti non è che li distingui, perché ovviamente non girano con la casacca a righe né con la palla di piombo al piede! Ed è bello e giusto così: la comunità è composta appunto da detenuti e poi da guardie carcerarie, guardie forestali, volontari della croce rossa, poi ci sono i gruppi di turisti giornalieri (quando ci sono) e i ricercatori universitari. Che a pranzo e a cena si ritrovano tutti al Ristorante...
I BIOLOGI MARINI
E’ lì che abbiamo fatto amicizia con Luigi e poi Roberto (Bedini). Sono biologi: il fondale attorno a Pianosa è una grande pianura, una secca poco profonda, che rappresenta una enorme riserva di biodiversità di fauna e soprattutto di flora marina, a portata di mano degli studiosi e soprattutto protetta dal Parco. Adesso stanno facendo esperimenti su una particolare alga infestante. Ma col professor Bedini ragioniamo soprattutto di Pianosa, del suo presente e del suo futuro. Lo stato attuale di abbandono grida vendetta, e per Pianosa bisogna trovare assolutamente delle prospettive.
Pianosa sarebbe un ottimo centro di documentazione e di ricerca scientifica: la natura protetta è
ricchissima, le strutture ci sono. Pianosa è da sempre sospesa fra due criteri: da una parte la conservazione della natura, dall’altra le esigenze dell’uomo (carcerati, contadini, pastori o pescatori). Fin dal 1817 c’è un pronunciamento preoccupato dell’Accademia dei Georgofili di Firenze, che si lamenta che gli agricoltori elbani a Pianosa stavano rovinando un habitat naturale allora ancora intatto. Ma una cosa è certa: così non la si può lasciare
PARCO ACCESSIBILE
Col direttore Mazzerbo si ragiona anche riguardo ai motivi che hanno portato Pianosa a questa decadenza: l’abbandono del carcere e dei suoi progetti, la mancanza di fondi ma anche – purtroppo – una conflittualità fra Enti Locali e Ministero di Grazie e Giustizia, e qualche contraddizione anche fra Enti vari e il Parco. Certo adesso Pianosa, con i suoi edifici cadenti, il suo abbandono, le zecche e i suoi fantasmi, grida vendetta. E nel contempo entusiasma però per le sue potenzialità straordinarie: potrebbe diventare un sacco di cose, e soprattutto – con un progetto sensato e una buona coordinazione fra Enti gestori ed obiettivi – potrebbe diventare un sacco di cose contemporaneamente. Fatta salva la tutela della Natura a cura del Parco (qualcuno pensa anche di privatizzarla e di aprirla al turismo di massa, ma questa prospettiva speriamo non si realizzi mai) questa magnifica Isola potrebbe sviluppare un turismo tematico (didattico), controllato ed eco-compatibile, una sorta di modello-Galapagos dove migliaia di turisti riescono a non intaccare un vero paradiso naturalistico. Qualcuno immagina anche che Pianosa potrebbe diventare il luogo di una agricoltura sperimentale, biologica e ovviamente a scopo didattico: certo la vocazione di Pianosa è sempre stata agricola: oltre alle fattorie-modello del carcere, da tempo immemorabile i contadini elbani venivano qui a coltivare la terra. Le cronache del 1790 raccontano che ci stavano 100 contadini stagionali, 25 pastori e 10 pescatori napoletani. Quindi la flora e la fauna “autoctona” o endemica che dir si voglia sono state ampliamente contaminate, ma a questo proposito bisognerebbe sentire cosa ha da dire il Parco. Un’altra ipotesi ancora che è venuta subito in mente a me-Syusy è quella di riprodurre qui una vita pre-industriale, ante-sviluppo e a-tecnologica: in poche parole, si potrebbe vivere come nell’800, al modo degli Amish americani, in una sorta di Parco storico-naturalistico!
DRAGUT
Al pomeriggio andiamo a visitare le suggestive catacombe, che Carlo (Parellini) ci illustra. Poi approfittiamo della sua gentilezza e della squisita simpatia di Sandro, la Guardia, e proponiamo loro di collaborare alle nostre “ricostruzioni storiche”, ad uso della trasmissione che stiamo girando per Yacht&Sail Sky: gli infiliamo due costumi e Carlo diventa un distintissimo e non meglio specificato Marchese di Pianosa (forse il Marchese Appiani?), mentre Sandro è un perfetto Dragut. Con loro così agghindati giriamo le scene in cui il Marchese si aggira lungo i merli della fortificazione, mentre sta sbarcando il Pirata…
Ci divertiamo, ed è anche un pretesto per girare l’Isola, lungo i sentieri appena segnati fra l’erba
che sta re-impossessandosi del terreno (sempre attenti alle zecche!). Andiamo lungo la costa, oltre ai Bagni di Agrippa, verso appunto la Punta de Marchese, a godere del panorama del mare e della costa. La sera torniamo nel centro abitato, a vedere la Mostra di fotografie e testimonianze storiche della vita dell’Isola, raccolte dalla Associazione Amici di Pianosa: un gruppo di appassionati, tra cui alcuni ex abitanti, che si dedica volontariamente a preservare la memoria storica. E poi, per stanotte, non saliremo a bordo: per il maltempo infatti Adriatica ha abbandonato Cala dei Turchi, e si è ridossata dalla parte opposta dell’Isola, a Cala della Ruta. Noi dormiremo nella foresteria: camere riservate ai ricercatori o ai documentaristi di passaggio, ma anche ai turisti che ne fanno (come noi) domanda anticipata, organizzandosi per tempo. La mattina dopo si riparte con Adriatica, e anche noi siamo diventati a questo punto a tutti gli effetti “amici di Pianosa”, dove tra l’altro ci siamo fatti in poco tempo anche degli amici veri: ciao Sandro, berremo la tua bottiglia di vino alla tua salute, in navigazione verso Montecristo e poi verso l’Argentario, dove si imbarcherà il secondo equipaggio del Concorso CercasistarQ8.
FONTE: http://turistipercaso.it/
Un carcere modello
La nostra amica Cinzia Battaglia, guida non-per-caso, sale a bordo di Adriatica a Porto Azzurro, proprio per accompagnarci a Pianosa, e raccontarci l’Isola che Napoleone ha definito “la più interessante dell’Arcipelago Toscano”.
Dall’Elba siamo molto vicini, doppiata punta Secchetto saranno 7 o 8 miglia. E la leggenda narra che tempo fa pochi reclusi siano riusciti ad evadere raggiungendo la costa elbana, qualcuno anche nuotando con una camera d’aria, come i moderni balseros, qualcun altro addirittura con un canotto acquistato per corrispondenza (ma questa mi pare troppo grossa). Pianosa infatti è
stata da sempre un carcere, fin da quando l’Imperatore Augusto ci mandò suo nipote Agrippa in esilio. Poi ci hanno mandato al confino una comunità di Cristiani, attorno al 250 d.C. Ma è dalla metà del 1800 che diventa ufficialmente un’isola-carcere, fino a pochi anni fa. Negli anni ’30 c’è stato anche Sandro Pertini, durante la massima espansione del penitenziario, che era arrivato a ospitare anche 1.000 detenuti, con più di 60 famiglie di carcerieri e agenti. Ma doveva essere anche un gran bel posto, e salubre, se dal 1884 l’hanno fatta diventare una Colonia Penale modello, con un Ospedale per guarire i carcerati tubercolotici.
La STORIA
E Pianosa doveva essere anche un posto importante, se è vero che storicamente se la sono disputata ferocemente il Papato (fin dal 770 d.C.), poi i Pisani, quindi i Genovesi, il Principato di Piombino con la famiglia Appiani, il Granduca di Toscana, i Borgia, gli Spagnoli, i Francesi, gli Austriaci ecc ecc. Napoleone appunto la riteneva strategica: ci ha piazzato 100 soldati, 6 cannoni e un gruppo di coloni, a cui ha regalato sementi, mucche, pecore e l’esenzione dalle tasse. E quante battaglie a Pianosa! Famose quelle dei cosiddetti corsari franco-turchi, comandati dal famigerato Dragut, che nel 1553, dall’Elba, manda il suo luogotenente Karà Mustafà a fare strage a Pianosa: 500 morti e 200 schiavi. Un detto elbano recita “mi costa più dell’orzo di Pianosa”, alludendo alle difficoltà ma anche alla preziosità di tutto ciò che ha a che fare con questa isola. Decisamente Pianosa ci incuriosisce…
PLANARIA
Si vede da lontano, a occhio nudo, che Pianosa è veramente piatta, il suo massimo “rilievo” non arriva a 30 metri sul livello del mare, non a caso i Romani la chiamavano Planaria. Avvicinandosi bisogna fare attenzione, Pianosa era soprannominata “l’ingannatrice dei naviganti”. Infatti accostando a Cala dei Turchi bisogna stare attenti non solo allo scoglio della Scola, ma anche ad altri scoglietti affioranti. Qualche tempo fa una barca a vela è andata a sbattere contro queste secche e ha rischiato seriamente di affondare e in più – oltre al danno la beffa – ha preso anche una salatissima multa: l’Isola è Parco Nazionale (dal 1988 fa parte del Parco dell’Arcipelago Toscano) quindi è vietato l’accesso, la pesca, la navigazione entro un miglio, la sosta e l’ancoraggio. Noi abbiamo chiesto per tempo il permesso, all’Ente Parco. Se uno vuole però la può facilmente visitare, con gruppi accompagnati e organizzati: la Toremar fa servizio traghetti tutti i martedì da Piombino e da Rio Marina, e durante il periodo estivo c’è un traghetto tutti i giorni da Marina di Campo. Noi con la nostra barcona non accostiamo al moletto, che tra l’altro è pieno di punte di ferro sporgenti arrugginite, ma ancoriamo poco più in là, fuori dal campo di manovra del traghetto, e col gommone entriamo nel piccolo porticciolo
IL PORTO
Se non fosse per Sandro e Carlo, che con la sua famiglia ci aspetta sul molo, sarebbe tutto deserto. L’impressione arrivando è meravigliosa, terribile ed emozionante. Il piccolo porto è una meraviglia, con i palazzi, le casette, le scale, le mura: il tutto costruito secondo sovrapposizioni di stili diversi e di epoche diverse. Ma solo una piccola parte è efficiente e restaurata: il resto è in completo ed evidente abbandono. Sembra un paese fantasma. Un posto magnifico, magari proprio perché in piena decadenza. L’abbandono conferisce al tutto un fascino particolare, ma anche un filo di inquietudine. E’ una scenografia stupefacente. Il risultato di una lunga storia, spesso una storia tragica. Una storia appunto di abbandoni e di successive riconquiste dell’Isola da parte dell’uomo, periodi di decadenza alternati a nuove riscosse e a nuove prospettive. Dopo Napoleone, anche il Conte Zuccagni nel 1841 ha provato a rilanciare l’isola, a ripopolarla e restaurarla, ma anche lui non ce l’ha fatta. E poi è venuto il penitenziario…
IL SIGNOR ALBERTO
Sandro è Guardia Carceraria e Carlo (Mazzerbo) è il Direttore del Carcere di Porto Azzurro, da cui dipende ora Pianosa. Ci accolgono con grande calore e simpatia. Carlo ci racconta la storia recente del Carcere, e ci porta a visitare quel che ne rimane. Ma intanto dal traghetto sbarca il signor Alberto, e non possiamo tutti quanti fare a meno di ascoltarlo e poi seguirlo: Alberto, che avrà ottant’anni, è nato qui, suo padre era un addetto alla sicurezza. E qui ha vissuto fino a tutta la Guerra, poi se n’è andato, e oggi torna a casa, dopo 65 anni! E’ emozionantissimo, ed è emozionante seguirlo tra i vicoletti e le case subito dietro al Porto. Lui vorrebbe entrare in quella che era la sua casa, ma non si può: è puntellata e pericolante. Chiede al Direttore se può comprarsi la sua vecchia casa, ma non si può nemmeno questo, è demaniale. Alberto racconta della sua infanzia, racconta di quando il paesino era abitato da un sacco di famiglie, racconta dei suoi giochi di bambino, delle regole ferree a cui comunque anche i ragazzini dovevano sottostare per non invadere gli spazi del penitenziario, racconta di un detenuto che gli era simpatico e gli faceva dei regali e di suo padre che lo sgridò, racconta degli anni della guerra. Ha le lacrime agli occhi, e con lui sembra di rivivere una Pianosa diversa, sembra che i muri si rianimino, che le orbite vuote delle finestre sfondate delle case si rimettano delle ciglia fatte di tendine, sembra di risentire voci e presenze. Poi il signor Alberto ci lascia: va a visitare il cimitero, sperando che almeno quello sia rimasto uguale. E noi invece proseguiamo la visita del Carcere.
IL MURO
Il Direttore ci porta in un edificio in fondo, oltre al Paese, oltre alla bellissima villa che fu dell’Agronomo, e che ora rischia di cadere a pezzi. L’Agronomo era una persona importante, perché la Colonia Penale era una fiorentissima azienda agricola, dove si coltivavano i campi, si allevava bestiame, si faceva il vino. Ci sono ancora le cantine. A suo modo Pianosa è sempre stato un Carcere modello: oltre al sanatorio, era un posto in cui si poteva godere di un regime di
semilibertà. Ad un certo punto dobbiamo superare un enorme muro di cemento armato, fatto però di ben poco cemento, perché si vede che è recente, eppure è già cadente. E’ un segno drammatico che stona col panorama, una ferita profondamente angosciante ed antiestetica che rovina un contesto urbanistico storico che viceversa sarebbe molto bello, molto umano. E non è un caso: il muro l’hanno fatto nel 1979, negli anni di piombo, quando Pianosa è tornata ad essere un carcere di massima sicurezza per terroristi e poi – dopo le stragi di Falcone e Borsellino – ha continuato ad ospitare mafiosi particolarmente pericolosi. Quelli sono stati anni duri e tristi: l’Isola era presidiata militarmente, e tutto il resto (il regime di semilibertà, gli esperimenti di rieducazione) non contava più. Ora è rimasto questo muro allucinante, che comunque ben rappresenta storicamente i paradossi dell’epoca: in realtà il muro, ad un certo punto, finisce nel nulla. Quindi non è mai servito veramente: era più che altro una scenografia ad uso delle telecamere della stampa, un po’ come il muro di cartone che delimitava i confini di Truman Show.
MICRO E MACRO FAUNA
Girando per quelli che fino a poco tempo fa erano campi coltivati, costeggiando quello che fino all’altroieri era un campo di calcio con le porte ora semicrollate, ci viene spontaneo fermarsi a filmare. Ma Sandro, la Guardia che ci accompagna, ci consiglia molta prudenza: l’isola è letteralmente infestata dalle zecche. Ce ne accorgiamo subito a nostre spese: entrano dai finestrini, si infilano nelle pieghe degli abiti e cercano ovviamente di attaccarsi alla pelle. Un vero flagello. Ma come mai? Ci spiegano che dopo l’abbandono dei campi, e soprattutto dopo che sull’isola non c’è più bestiame, le zecche sono esplose. Ma non si può fare nulla? Si potrebbero spruzzare insetticidi, ma il Parco si oppone, perché ne farebbe le spese anche l’altra micro-fauna. D’accordo, però in questo modo la macro-fauna, cioè gli essere umani, ne escono piuttosto malconci…
In ogni caso anche le zecche vanno ascritte ai danni provocati dall’abbandono di questo angolo di Paradiso: non c’è nulla da fare, se l’uomo ad un certo punto rompe l’equilibrio naturale, comunque alla fine son… cazzi suoi. O fa un passo indietro radicale, cioè si toglie di mezzo e abbandona totalmente un luogo, oppure spetta a lui (cioè a noi) trovare un nuovo equilibrio.
TUTTI AL RISTORANTE DEL CARCERE
Quando noi ci siamo stati, a fine giugno, c’erano sull’Isola 5 detenuti, e ne stava per arrivare qualcun altro. Ci hanno mostrato le loro celle, aperte. E la cucina. Girano liberi sull’Isola, sono detenuti ormai a fine pena, che hanno dimostrato senso di responsabilità e ottima condotta. Lavorano per conto della Cooperativa San Giacomo, che organizza il reinserimento di numerosi detenuti ed ex detenuti, qui a Pianosa e non solo. Gestiscono il Ristorante, che poi è l’unico edificio veramente vivo dell’Isola, il punto di incontro. Qui vendono i souvenir fatti da loro, soprattutto magliette. E si mangia decisamente molto bene: il cuoco è un vero professionista, che prima di finire in carcere faceva lo chef. Intendiamoci: a Pianosa i detenuti non è che li distingui, perché ovviamente non girano con la casacca a righe né con la palla di piombo al piede! Ed è bello e giusto così: la comunità è composta appunto da detenuti e poi da guardie carcerarie, guardie forestali, volontari della croce rossa, poi ci sono i gruppi di turisti giornalieri (quando ci sono) e i ricercatori universitari. Che a pranzo e a cena si ritrovano tutti al Ristorante...
I BIOLOGI MARINI
E’ lì che abbiamo fatto amicizia con Luigi e poi Roberto (Bedini). Sono biologi: il fondale attorno a Pianosa è una grande pianura, una secca poco profonda, che rappresenta una enorme riserva di biodiversità di fauna e soprattutto di flora marina, a portata di mano degli studiosi e soprattutto protetta dal Parco. Adesso stanno facendo esperimenti su una particolare alga infestante. Ma col professor Bedini ragioniamo soprattutto di Pianosa, del suo presente e del suo futuro. Lo stato attuale di abbandono grida vendetta, e per Pianosa bisogna trovare assolutamente delle prospettive.
Pianosa sarebbe un ottimo centro di documentazione e di ricerca scientifica: la natura protetta è
ricchissima, le strutture ci sono. Pianosa è da sempre sospesa fra due criteri: da una parte la conservazione della natura, dall’altra le esigenze dell’uomo (carcerati, contadini, pastori o pescatori). Fin dal 1817 c’è un pronunciamento preoccupato dell’Accademia dei Georgofili di Firenze, che si lamenta che gli agricoltori elbani a Pianosa stavano rovinando un habitat naturale allora ancora intatto. Ma una cosa è certa: così non la si può lasciare
PARCO ACCESSIBILE
Col direttore Mazzerbo si ragiona anche riguardo ai motivi che hanno portato Pianosa a questa decadenza: l’abbandono del carcere e dei suoi progetti, la mancanza di fondi ma anche – purtroppo – una conflittualità fra Enti Locali e Ministero di Grazie e Giustizia, e qualche contraddizione anche fra Enti vari e il Parco. Certo adesso Pianosa, con i suoi edifici cadenti, il suo abbandono, le zecche e i suoi fantasmi, grida vendetta. E nel contempo entusiasma però per le sue potenzialità straordinarie: potrebbe diventare un sacco di cose, e soprattutto – con un progetto sensato e una buona coordinazione fra Enti gestori ed obiettivi – potrebbe diventare un sacco di cose contemporaneamente. Fatta salva la tutela della Natura a cura del Parco (qualcuno pensa anche di privatizzarla e di aprirla al turismo di massa, ma questa prospettiva speriamo non si realizzi mai) questa magnifica Isola potrebbe sviluppare un turismo tematico (didattico), controllato ed eco-compatibile, una sorta di modello-Galapagos dove migliaia di turisti riescono a non intaccare un vero paradiso naturalistico. Qualcuno immagina anche che Pianosa potrebbe diventare il luogo di una agricoltura sperimentale, biologica e ovviamente a scopo didattico: certo la vocazione di Pianosa è sempre stata agricola: oltre alle fattorie-modello del carcere, da tempo immemorabile i contadini elbani venivano qui a coltivare la terra. Le cronache del 1790 raccontano che ci stavano 100 contadini stagionali, 25 pastori e 10 pescatori napoletani. Quindi la flora e la fauna “autoctona” o endemica che dir si voglia sono state ampliamente contaminate, ma a questo proposito bisognerebbe sentire cosa ha da dire il Parco. Un’altra ipotesi ancora che è venuta subito in mente a me-Syusy è quella di riprodurre qui una vita pre-industriale, ante-sviluppo e a-tecnologica: in poche parole, si potrebbe vivere come nell’800, al modo degli Amish americani, in una sorta di Parco storico-naturalistico!
DRAGUT
Al pomeriggio andiamo a visitare le suggestive catacombe, che Carlo (Parellini) ci illustra. Poi approfittiamo della sua gentilezza e della squisita simpatia di Sandro, la Guardia, e proponiamo loro di collaborare alle nostre “ricostruzioni storiche”, ad uso della trasmissione che stiamo girando per Yacht&Sail Sky: gli infiliamo due costumi e Carlo diventa un distintissimo e non meglio specificato Marchese di Pianosa (forse il Marchese Appiani?), mentre Sandro è un perfetto Dragut. Con loro così agghindati giriamo le scene in cui il Marchese si aggira lungo i merli della fortificazione, mentre sta sbarcando il Pirata…
Ci divertiamo, ed è anche un pretesto per girare l’Isola, lungo i sentieri appena segnati fra l’erba
che sta re-impossessandosi del terreno (sempre attenti alle zecche!). Andiamo lungo la costa, oltre ai Bagni di Agrippa, verso appunto la Punta de Marchese, a godere del panorama del mare e della costa. La sera torniamo nel centro abitato, a vedere la Mostra di fotografie e testimonianze storiche della vita dell’Isola, raccolte dalla Associazione Amici di Pianosa: un gruppo di appassionati, tra cui alcuni ex abitanti, che si dedica volontariamente a preservare la memoria storica. E poi, per stanotte, non saliremo a bordo: per il maltempo infatti Adriatica ha abbandonato Cala dei Turchi, e si è ridossata dalla parte opposta dell’Isola, a Cala della Ruta. Noi dormiremo nella foresteria: camere riservate ai ricercatori o ai documentaristi di passaggio, ma anche ai turisti che ne fanno (come noi) domanda anticipata, organizzandosi per tempo. La mattina dopo si riparte con Adriatica, e anche noi siamo diventati a questo punto a tutti gli effetti “amici di Pianosa”, dove tra l’altro ci siamo fatti in poco tempo anche degli amici veri: ciao Sandro, berremo la tua bottiglia di vino alla tua salute, in navigazione verso Montecristo e poi verso l’Argentario, dove si imbarcherà il secondo equipaggio del Concorso CercasistarQ8.
FONTE: http://turistipercaso.it/
Primato Bandiere blu 2011 per la Toscana
Con i suoi 633 km di coste (continentali e insulari) la Toscana risulta essere tra le tre regioni con il maggior numero di Bandiere blu 2011(nell'ipotetico podio a pari merito con Marche, e con una Bandiera blu in meno della Liguria, che continua ad essere la "regina" incontrastata). Le coste, l’Arcipelago toscano e le sue 7 isole fanno della Toscana, una delle regioni d'Italia migliori sotto il profilo della sostenibilità ambientale e della pulizia.
Nell’elenco dei comuni meritevoli della Bandiera blu, troviamo: Forte dei Marmi, Pietrasanta, Camaiore, Viareggio (Lucca); Pisa-marina di Pisa-Tirrenia-Calambrone; Livorno-Antignano e Quercianella, Castiglioncello e Vada di Rosignano Marittimo, Cecina, marina di Bibbona, Castagneto Carducci, San Vincenzo, Riotorto-Piombino: parco naturale della Sterpaia (Livorno); Follonica, Castiglione della Pescaia, Marina e Principina di Grosseto, Monte Argentario (Grosseto).
Le località balneari toscane sono famose non solo per la straordinaria bellezza delle sue spiaggie e per la qualità offerta dai suoi stabilimenti, ma anche per la vita notturna che locali e discoteche offrono a turisti di ogni età.
L’obbiettivo Bandiera blu è stato perseguito grazie all’attuazione di piani e progetti per la cura e lo sviluppo territoriale della Regione Toscana. Dal 2006 gli esperti hanno messo in atto dei programmi di monitoraggio e attività di controllo delle acque di balneazione e dell’ambiente marino, seguendo le direttive dell’UE in materia. Si è giunti alla classificazione di quattro aeree qualitative dal punto di vista ambientale all'interno delle varie coste: un' area di eccellenza, una di buona qualità, la terza su livelli sufficienti e un'ultima zona scarsa sotto il profilo dell'ecosostenibilità, ebbene quest'ultimo caso risulta essere molto poco presente nella regione. Tale successo ha il doppio significato di rappresentare
Nell’elenco dei comuni meritevoli della Bandiera blu, troviamo: Forte dei Marmi, Pietrasanta, Camaiore, Viareggio (Lucca); Pisa-marina di Pisa-Tirrenia-Calambrone; Livorno-Antignano e Quercianella, Castiglioncello e Vada di Rosignano Marittimo, Cecina, marina di Bibbona, Castagneto Carducci, San Vincenzo, Riotorto-Piombino: parco naturale della Sterpaia (Livorno); Follonica, Castiglione della Pescaia, Marina e Principina di Grosseto, Monte Argentario (Grosseto).
Le località balneari toscane sono famose non solo per la straordinaria bellezza delle sue spiaggie e per la qualità offerta dai suoi stabilimenti, ma anche per la vita notturna che locali e discoteche offrono a turisti di ogni età.
L’obbiettivo Bandiera blu è stato perseguito grazie all’attuazione di piani e progetti per la cura e lo sviluppo territoriale della Regione Toscana. Dal 2006 gli esperti hanno messo in atto dei programmi di monitoraggio e attività di controllo delle acque di balneazione e dell’ambiente marino, seguendo le direttive dell’UE in materia. Si è giunti alla classificazione di quattro aeree qualitative dal punto di vista ambientale all'interno delle varie coste: un' area di eccellenza, una di buona qualità, la terza su livelli sufficienti e un'ultima zona scarsa sotto il profilo dell'ecosostenibilità, ebbene quest'ultimo caso risulta essere molto poco presente nella regione. Tale successo ha il doppio significato di rappresentare
Costa toscana: un mare di bandiere blu!
Estate a “tutta Toscana”? Probabile!! Secondo le statistiche ed i dati analizzati da Legambiente e Touring Club le zone migliori della Toscana sono 23, il primato spetta a Capalbio. In testa a tutte le classifiche italiane basate su analisi di dati che prendono in esame ambiente, natura e servizi questo anno vede la, Maremma, ai primi posti infatti a quanto pare la zona toscana è seconda solo alla Sardegna e alla Puglia, la Toscana dunque si conferma una delle regioni con le spiagge più belle, mantenendo 23 località balneari consigliate per paesaggi e accoglienza turistica. I dati che seguono dimostrano un qualcosa di importante, infatti si deve comunque pensare che la bandiera blu non solo riconosce il grado in cui viene conservato il patrimonio ambientale, ma anche e sopratutto riconoscono l’alto valore della complessa e fitta rete che oltre al servizio per il turista e il cittadino viene tessuta costantemente anno dopo anno tutti i giorni da operatori turistici, amministratori e addetti al settore.
Così è la Toscana secondo la Guida Blu 2011 di Legambiente e Touring Club, che orienta le vacanze sostenibili tracciando un quadro dei migliori luoghi di mare e di lago del Paese. Come nel 2010 è al terzo posto in Italia. E ancora una volta spiccano tre campionesse a 5 vele: prima in regione e terza fra le 14 migliori in Italia, c’è Capalbio, preceduta da Pollica in Campania e l’Isola di Salina in Sicilia; poi Castiglione della Pescaia (al quinto posto) e la Capraia (al nono). Sono loro ad ottenere il massimo riconoscimento assegnato ai Comuni capaci di coniugare tutela dell’ambiente, offerta di servizi e politiche improntate alla valorizzazione del paesaggio. A Capalbio piace molto la spiaggia del Chiarone, al confine con il Lazio, ma fra le motivazioni che l’hanno portata a scalare un altro gradino rispetto al 2010, oltre all’attenzione dell’amministrazione comunale alla salvaguardia del territorio e delle sue insenature, ci sono progetti di “sensibilizzazione giovanile alla sostenibilità, un forte impegno per la raccolta differenziata, l’attenzione alle rinnovabili e un piano di realizzazione di piste ciclabili”. Elementi che hanno premiato anche Castiglione, mentre l’isola dell’arcipelago è segnalata soprattutto per la qualità delle acque e l’appeal per lo snorkeling.
È ancora e solo grossetano il litorale dove sventolano 4 vele: Follonica, Isola del Giglio, Magliano in Toscana, Marina di Grosseto e Scarlino. A 3 vele l’Elba, Castagneto Carducci e Orbetello. Il Comune finora guidato dal sindacoministro Altero Matteoli fa un passo indietro. “È stato penalizzato per i progetti dell’amministrazione sul porto di Talamone — dice Angelo Gentili, responsabile di Legambiente per la Maremma — E anche Monte Argentario è passato da 3 a 2 vele per lo sviluppo legato al cemento. Il cambio di rotta impresso dal voto nelle ultime amministrative, però, ci fa ben sperare”. Non possono fare lo stesso Cecina e la Versilia, fanalini di coda della regione. Complici coste con troppo cemento e acque non proprio cristalline. I criteri di valutazione utilizzati da Legambiente (21 indicatori) sono suddivisi in due categorie: qualità ambientale e livello dei servizi ricettivi. Si va dall’uso del suolo alla mobilità, dal ciclo dei rifiuti alle condizioni del mare. Parametri simili anche per le località lacustri, che ci assicurano il quarto posto in Italia con il lago dell’Accesa a Massa Marittima, sempre in Maremma.
Così è la Toscana secondo la Guida Blu 2011 di Legambiente e Touring Club, che orienta le vacanze sostenibili tracciando un quadro dei migliori luoghi di mare e di lago del Paese. Come nel 2010 è al terzo posto in Italia. E ancora una volta spiccano tre campionesse a 5 vele: prima in regione e terza fra le 14 migliori in Italia, c’è Capalbio, preceduta da Pollica in Campania e l’Isola di Salina in Sicilia; poi Castiglione della Pescaia (al quinto posto) e la Capraia (al nono). Sono loro ad ottenere il massimo riconoscimento assegnato ai Comuni capaci di coniugare tutela dell’ambiente, offerta di servizi e politiche improntate alla valorizzazione del paesaggio. A Capalbio piace molto la spiaggia del Chiarone, al confine con il Lazio, ma fra le motivazioni che l’hanno portata a scalare un altro gradino rispetto al 2010, oltre all’attenzione dell’amministrazione comunale alla salvaguardia del territorio e delle sue insenature, ci sono progetti di “sensibilizzazione giovanile alla sostenibilità, un forte impegno per la raccolta differenziata, l’attenzione alle rinnovabili e un piano di realizzazione di piste ciclabili”. Elementi che hanno premiato anche Castiglione, mentre l’isola dell’arcipelago è segnalata soprattutto per la qualità delle acque e l’appeal per lo snorkeling.
È ancora e solo grossetano il litorale dove sventolano 4 vele: Follonica, Isola del Giglio, Magliano in Toscana, Marina di Grosseto e Scarlino. A 3 vele l’Elba, Castagneto Carducci e Orbetello. Il Comune finora guidato dal sindacoministro Altero Matteoli fa un passo indietro. “È stato penalizzato per i progetti dell’amministrazione sul porto di Talamone — dice Angelo Gentili, responsabile di Legambiente per la Maremma — E anche Monte Argentario è passato da 3 a 2 vele per lo sviluppo legato al cemento. Il cambio di rotta impresso dal voto nelle ultime amministrative, però, ci fa ben sperare”. Non possono fare lo stesso Cecina e la Versilia, fanalini di coda della regione. Complici coste con troppo cemento e acque non proprio cristalline. I criteri di valutazione utilizzati da Legambiente (21 indicatori) sono suddivisi in due categorie: qualità ambientale e livello dei servizi ricettivi. Si va dall’uso del suolo alla mobilità, dal ciclo dei rifiuti alle condizioni del mare. Parametri simili anche per le località lacustri, che ci assicurano il quarto posto in Italia con il lago dell’Accesa a Massa Marittima, sempre in Maremma.
Toscana, 11 itinerari sulle strade dei Mondiali di Ciclismo
Un tracciato molto impegnativo che appassionera' i turisti amanti dello sport e che vede la prima difficolta' con la salita di Montecatini Alto (intorno ai 30 Km), seguita dallo strappo del San Baronto (al Km 50), per poi seguire con la volata in discesa verso le strade percorse da Franco Ballerini.
Infine si entra nel vivo delle strade del Rinascimento Fiorentino per 11 volte: in ogni giro si affrontera' una salita, quella di Fiesole (4,5 km al 6%) e poi quella di via Bolognese, 590 metri all'11% con pendenza massima del 19,4%.
Dalla Lucca medievale, al passaggio dal centro di Montecatini Terme, dalla zona delle Terme e la salita di Vico fino alle perle della Valdinievole e della Valle di Bisenzio sono tante quindi le occasioni di percorrenza per coloro che decideranno di avventurarsi lungo gli itinerari delle due ruote e del Mondiale targato Toscana: undici gare per undici percorsi che potranno essere affrontati dai cicloturisti che ricercano l'emozione di ripercorrere le tracce dei grandi del ciclismo. Sara' un'immersione autentica nel territorio e un'occasione per ammirare i paesaggi della Toscana.
Infine si entra nel vivo delle strade del Rinascimento Fiorentino per 11 volte: in ogni giro si affrontera' una salita, quella di Fiesole (4,5 km al 6%) e poi quella di via Bolognese, 590 metri all'11% con pendenza massima del 19,4%.
Dalla Lucca medievale, al passaggio dal centro di Montecatini Terme, dalla zona delle Terme e la salita di Vico fino alle perle della Valdinievole e della Valle di Bisenzio sono tante quindi le occasioni di percorrenza per coloro che decideranno di avventurarsi lungo gli itinerari delle due ruote e del Mondiale targato Toscana: undici gare per undici percorsi che potranno essere affrontati dai cicloturisti che ricercano l'emozione di ripercorrere le tracce dei grandi del ciclismo. Sara' un'immersione autentica nel territorio e un'occasione per ammirare i paesaggi della Toscana.
giovedì 16 giugno 2011
Il Chianti, vino e territorio una ricerca svela tutti i segreti
Il Consorzio Vino Chianti ha commissionato un'indagine demoscopica per capire qual è la percezione della zona e del prodotto. Ecco tutti i dati raccolti.
Gli italiani e il Chianti. E' questo il titolo dell'indagine demoscopica svolta da AstraRicerche per il Consorzio Vino Chianti. La ricerca è stata realizzata nel maggio 2011 tramite 2.094 interviste a un campione rappresentativo degli Italiani 18-64enni, pari a un universo di circa 44 milioni di persone: 1.294 interviste sono state effettuate on line e cioè fatte con il metodo CAWI (Computer Aided Web Interviewing) ai nostri connazionali che accedono a Internet, mentre le restanti 800 interviste sono state fatte via telefono con il metodo CATI (Computer Aided Telephone Interviewing).
La prima area esplorata è stata quella delle associazioni, dei significati spontaneamente attribuiti alla parola ‘Chianti’. Domina incontrastato il riferimento al vino, citato dal 95% del campione e qualificato liberamente come toscano, rosso, genuino, di buona od ottima qualità, prestigioso, tradizionalmente in fiasco, uno dei prodotti-chiave della tradizione eno-gastronomica italiana, piacevole da consumare e in particolare da bere in compagnia. Il 55% fa riferimento ad una vasta zona della Toscana, per lo più indicata come connotata da bellissime colline, di grande interesse turistico (per gli italiani e per gli stranieri), classicamente attrattiva. Il 3% cita la carne (in particolare la bistecca, la ‘fiorentina’, la Chianina, ecc.). Tutte le altre citazioni spontanee, incluse le rare errate, non raggiungono il 5%.
La conoscenza della localizzazione del Chianti è eccellente: l’82% degli intervistati fa riferimento alla Toscana, mentre un modesto 13% non sa collocare il Chianti in una regione italiana e il 5% non è neppure informato che il Chianti è geograficamente individuabile. È interessante notare che l’area dell’ignoranza parziale o totale, in media pari al 18%, scende al 5% tra i toscani ma raggiunge ben il 41% tra i 18-24enni.
Quanto al profilo d’immagine della zona del Chianti, esso appare eccezionalmente positivo. Infatti, le riserve o le critiche non raggiungono mai il 10% del campione: in particolare, la percepita decadenza è indicata dal 4 per mille, l’‘invasione’ da parte di troppa gente da meno del 5%, la sopravvalutazione dei suoi vini dal 5%, l’esorbitanza dei prezzi (legata alla sua stessa fama) è lamentata da meno del 9%. Prevalgono i giudizi positivi: quest’area è bellissima (80%), è zona di produzione di vini di grande qualità (74%) oltre che famosi nel mondo (67%), offre una grande tradizione culinaria ed enogastronomica (57%), è un patrimonio paesaggistico e culturale (52%), è molto amata dagli stranieri (51%), è una destinazione turistica importante (42%), è pure un simbolo dell’eccellenza italiana (sempre 42%), è abitata da persone cordiali e simpatiche oltre che accoglienti e ospitali (30%) così come da VIP italiani e stranieri (il 18% evoca il Chiantishire). È inutile dire che in Toscana pressoché tutti i giudizi risultano al di sopra della media (anche per una sorta di orgoglio locale), mentre i dati più elevati s’incontrano in genere al di sopra dei 40 anni, dal momento che i giovani adulti e specialmente i giovani 18-24enni risultano non solo più ignoranti ma anche più ‘lontani’ dal Chianti e suoi minori estimatori.
Quanto al rapporto personale con la zona del Chianti, solo il 4% afferma di non esserci mai stato e di non avere alcun interesse a farlo; vale il decuplo la percentuale di coloro che amerebbero andarci per la prima volta (40%); il 57% è stato in quest’area. In dettaglio, il 2% ci vive o ci viveva in passato, il 23% c’è stato numerose volte, il 15% solo una volta, infine il 18% solo di passaggio. Se in media il 43% degli intervistati non è mai stato sinora in Chianti in vita sua, tra i 25-34enni si arriva al 51% e tra i 18-24enni addirittura al 66%.
Le motivazioni di visita del Chianti sono state in larga misura connesse al turismo (82% di chi vi si è recato almeno una volta: in un caso su tre restandovi più di una settimana, in due casi su tre meno di una settimana, in un caso su tre anche o solo per visitarvi cantine e provare vini); il 19% è stato sin qui in Chianti per andare a trovare amici, il 13% per motivi di lavoro e – assai raramente – di studio, il 7% avendo legami familiari in zona.
Passiamo ora ai consumi di vino. L’11% del campione si definisce astemio e un altro 13% indica consumi infimi (basati sul bere un bicchiere di vino con frequenza men che mensile); il 19% risulta saltuario (poche volte al mese); il 24% può essere qualificato quale medio (bevendo vino 2-3 volte alla settimana); infine il 34% è indicabile quale forte consumatore di vino (ossia 4 o più volte alla settimana: in prevalenza quotidianamente).
Quanto alle personali preferenze circa i vini, quelli rossi sono indicati dal 38%, quelli bianchi dal 18%, quelli rosati dal 7%; il 20% privilegia i vini frizzanti versus il 13% che cita, all’opposto, quelli fermi; il 16% preferisce i vini robusti e corposi versus il 13% che cita invece quelli leggeri e morbidi; il 15% preferisce i vini fruttati e dolci e il 7% quelli secchi. Il 34% preferisce i vini italiani e il 31% quelli DOC o DOCG o IGT, col 18% che ama provare vini diversi di più aree geografiche e il 13% che preferisce di volta in volta quelli della zona in cui si trova, mentre solo il 6% si limita ai vini della propria zona d’origine. I veri intenditori, che conoscono i diversi vitigni e le principali marche, sono solo il 5%, mentre un ben maggiore 36% afferma di amare il vino e di conoscerne diversi tipi ma senza esserne un intenditore; il 28% ama bere vino ma senza intendersene granché; il 13% dice di consumare poco vino e di non intendersene affatto. È interessante notare che solo il 10% preferisce vini dal nome sicuro e affidabile indipendentemente dal prezzo, mentre il 9% privilegia vini convenienti o comunque non troppo cari.
La conoscenza del vino Chianti è più che buona: solo il 3% non lo ha mai sentito nominare; il 18% lo conosce ma solo di fama, senza averlo mai consumato; il 37% l’ha provato ma sostiene di non conoscerlo molto bene; il 41% (circa 18.2 milioni di adulti) ne è un ottimo conoscitore (qui con prevalenza dei maschi, degli ultra25enni, dei residenti in Toscana – ovviamente moltissimo – e al nord).
Quali tipi di vino sono associati al Chianti? I rossi (82%: solo il 16% evoca i bianchi e un ancor minore 7% i rosati); i DOC/DOCG (55%); i vini robusti e di buon corpo (33%: meno del 7% evoca quelli leggeri e morbidi e solo l’1% quelli con basso contenuto alcolico); i fermi (15% versus il 7% che indica anche i frizzanti).
La frequenza di consumo del Chianti è nulla o quasi per il 25% del campione; assai bassa (da una volta al mese sino a una al trimestre) per il 37%; media (ossia più volte al mese) per il 27%; alta (cioè più volte alla settimana e spesso quotidianamente) per il 12%. Sommando le ultime due risposte si ottiene un totale di 13.4 milioni di consumatori con frequenza significativa, con ovvio predominio della Toscana (qui si giunge addirittura al 69%).
I principali pregi spontaneamente attribuiti al Chianti sono cinque: il gusto/sapore (33%), la corposità/robustezza/struttura (26%), il profumo (14%), l’alta qualità garantita (12%), il bel colore rosso (10%). L’unico difetto è - ma solo per il 20% dei conoscitori di questo vino - il prezzo, talora troppo elevato.
Il profilo d’immagine del Chianti, inteso come vino e non come area, è buono, seppur con alcune ‘ombre’. I tratti principali sono la DOC (48%), l’ottima distribuzione e la conseguente facile reperibilità (48%), la domanda anche da parte dei turisti (48%), l’ottimo abbinamento con le carni rosse (47%) e – per la metà – con molti formaggi (24%), coi primi piatti (15%) e con gli antipasti (12%). Il Chianti è poi un vino adatto come regalo/omaggio (40%), con un bellissimo colore (39%), perfetto accompagnamento di molti cibi e piatti della tradizione italiana (39%), validissimo per occasioni speciali (36%), naturale e genuino (ossia non manipolato: 35%), con un ottimo rapporto qualità/prezzo (29%), adatto a un consumo quotidiano (26%), con carattere ma senza essere troppo forte e corposo (25%), morbido/rotondo e piacevole da bere (23%), robusto e corposo (18%). Va aggiunto che al 32% degli intervistati piace molto personalmente (si tratta di ben 10.6 milioni di adulti). Alcune aree critiche riguardano la carenza di marche note e qualificate (indicate solo dal 26%) e di talune marche davvero eccezionali (segnalate solo dal 20%): in generale il branding risulta modesto, come conferma anche la rara percezione di significativi investimenti in pubblicità, propria di meno dell’8%. Il secondo, rilevante punto di debolezza è legato al fatto che il Chianti non è reputato un vino trendy, di moda (solo il 12% ne è convinto). Il terzo attiene all’evidente ‘divorzio’ in atto con le giovani generazioni.
Al di là di questi limiti, sono grandi la forza, la notorietà e il prestigio del Chianti: basti dire che il 76% dei conoscitori lo ritiene un vino non solo famoso ma anche uno dei motivi di orgoglio del Made in Italy nel settore enologico; il 61% lo giudica uno dei migliori rossi italiani; il 57% ne esalta la grande tradizione; il 46% ne parla in relazione a un intatto e grande successo; il 28% segnala il fatto che la sua eccellente reputazione non è mai stata intaccata da scandali (diversamente da altri vini anche toscani e anche celebri); meno del 4% ne percepisce una qualche decadenza, una perdita di successo rispetto al passato.
D’altra parte, è assai buona l’immagine del consumatore tipico del Chianti, poco definito in termini di aree geografiche e di genere (per la sua sostanziale trasversalità); positivamente identificato con i 30-50enni più che con gli anziani e ovviamente i giovani; vedente l’assoluta prevalenza di chi ama trattarsi bene e sa apprezzare il vino (62%), di chi ama i prodotti del territorio, connessi a specifiche tradizioni locali (non necessariamente proprie: 48%), di chi privilegia cibi e bevande genuini e non manipolati (41%), degli intenditori e cioè degli amanti dei buoni vini (36%).
Le occasioni di consumo personale del Chianti vedono ai primi posti l’assunzione domestica ai pasti (53%) e – sempre ai pasti – al ristorante/trattoria/pizzeria (52%). Il 33% evoca le cene conviviali con tanta gente, il 31% quelle a casa di familiari/amici/conoscenti col Chianti offerto dagli ospitanti, mentre il 28% fa lo stesso riferimento ma parlando del Chianti portato in omaggio agli ospiti (28%). Minoranze più ristrette parlano del consumo presso enoteche o wine bar (23%), delle occasioni importanti (come feste, compleanni, anniversari, ecc.: 21%), con solo il 9% che riferisce del consumo domestico al di fuori dei pasti (nel pomeriggio, all’aperitivo, ecc.) oppure fuori casa presso bar e pub (7%).
I vini giudicati un’alternativa di consumo al Chianti sono numerosi: al primo posto troviamo il Brunello di Montalcino (49%), seguito dal Nero d’Avola (38%), dal Rosso di Montalcino (31%), dal Montepulciano d’Abruzzo (29%), dal Barolo (28%), dal Morellino di Scansano (26%), dal Sangiovese (25%), dal Nobile di Montepulciano (24%), dal Dolcetto d’Alba (23%), dalla Barbera d’Asti (22%), dal Primitivo (21%), con molti altri vini con percentuali minori di citazioni.
L’acquisto personale di Chianti è nullo per il 18%, saltuario per il 68%, frequente o regolare per il 14% (in quest’ultimo caso si tratta di 4.6 milioni di persone, non necessariamente consumatori in proprio, tenendo conto del buying da parte di varie responsabili degli acquisti che agiscono ‘su ordinazione’ da parte di un familiare bevitore).
I canali d’acquisto utilizzati dai buyers del Chianti vedono il prevalere della GDO (supermercato 53%, ipermercato 40%, superette 7%, discount 5%) sull’enoteca/wine bar (per l’acquisto - specie saltuario - 50% o per il consumo sul posto che si ferma al 12%), sui ristoranti/ecc. (per il consumo al tavolo: 21%), sui bar o pub (per la mescita: meno del 5%).
Quali sono i drivers nella scelta del Chianti? Al primo posto la presenza di un marchio di garanzia (51%), seguito dal prezzo (49%), dalla zona specifica di provenienza (44%), dalla marca (39%), dalle indicazioni dell’etichetta (35%), dall’annata (33%), dalla visibilità/riconoscibilità dell’etichetta (24%), dalla cantina (24%).
E il giusto prezzo per una bottiglia di Chianti? Solo il 14% non supera i 4 €; il 24% si colloca tra i 5 e i 6 €; il 38% tra i 7 e i 10 €; il 24% va dagli 11 € in su. Si tratta, ovviamente, di prezzi non in promozione: colpisce comunque il forte divario tra il prezzo medio effettivo di vendita del Chianti nella GDO e i prezzi che il consumatore si dice disposto a pagare, il che lascia intendere che il calo (e spesso il tracollo) dei prezzi registratosi specie negli ultimi anni, oltre a danneggiare gravemente i produttori e la loro redditività, non serve a soddisfare bisogni collettivi in materia.
Per finire, ecco qualche dato sul Consorzio del Chianti: per quel che attiene alla sua conoscenza, il 53% è informato della sua esistenza ma solo il 15% ha informazioni precise in merito (è vasta l’ignoranza circa la distinzione tra Chianti Classico e non). Le aspettative ad esso rivolte riguardano con forza (‘molto’) il controllo dell’intero ciclo produttivo a tutela della qualità del prodotto (70%); il controllo del rispetto dei requisiti della DOC (69%); la tutela del marchio Chianti in Italia e nel mondo (68%); la garanzia del rispetto degli standard minimi di qualità e integrità da parte di tutti produttori associati (66%). Su valori più bassi, che però diventano largamente maggioritari se ai rispondenti ‘molto’ si aggiungono quelli ‘abbastanza’, troviamo l’assistenza tecnica e il supporto informativo a tutti i produttori associati; la promozione del territorio e del vino tramite eventi nazionali e internazionali e – un po’ meno – tramite pubblicità ecc.; l’attività di rappresentanza dei produttori presso le istituzioni e i partner commerciali.
Una prima conclusione è questa: il Chianti si presenta tuttora come uno dei grandi vini italiani, ricco di tradizione, profondamente radicato in uno splendido territorio piuttosto noto e assai caro agli Italiani e agli stranieri; identificato col rosso di buon corpo (ma non troppo greve), con un gusto e un profumo e un colore eccellenti, esso è parte a tutti gli effetti dell’eccellenza del Made in Italy. Non riesce, però, a captare i giovani e – in parte – i giovani adulti; non gode della notorietà e del ‘traino’ di forti marche; non risulta adeguatamente comunicato e promosso; non è in alcun modo un prodotto trendy e di moda. Inoltre, viene svenduto in misura esorbitante, tra l’altro non rispondendo alle aspettative e alle richieste di gran parte della domanda. Merita, perciò, di essere sostenuto da adeguate strategie e politiche di parziale riposizionamento, di rivalorizzazione, di incremento del ruolo delle marche (in un contesto nel quale il Consorzio gioca un importante ruolo, solo in parte noto ma sostenuto da un vasto consenso circa le sue finalità istituzionali).
FONTE: REpubblica.it
Gli italiani e il Chianti. E' questo il titolo dell'indagine demoscopica svolta da AstraRicerche per il Consorzio Vino Chianti. La ricerca è stata realizzata nel maggio 2011 tramite 2.094 interviste a un campione rappresentativo degli Italiani 18-64enni, pari a un universo di circa 44 milioni di persone: 1.294 interviste sono state effettuate on line e cioè fatte con il metodo CAWI (Computer Aided Web Interviewing) ai nostri connazionali che accedono a Internet, mentre le restanti 800 interviste sono state fatte via telefono con il metodo CATI (Computer Aided Telephone Interviewing).
La prima area esplorata è stata quella delle associazioni, dei significati spontaneamente attribuiti alla parola ‘Chianti’. Domina incontrastato il riferimento al vino, citato dal 95% del campione e qualificato liberamente come toscano, rosso, genuino, di buona od ottima qualità, prestigioso, tradizionalmente in fiasco, uno dei prodotti-chiave della tradizione eno-gastronomica italiana, piacevole da consumare e in particolare da bere in compagnia. Il 55% fa riferimento ad una vasta zona della Toscana, per lo più indicata come connotata da bellissime colline, di grande interesse turistico (per gli italiani e per gli stranieri), classicamente attrattiva. Il 3% cita la carne (in particolare la bistecca, la ‘fiorentina’, la Chianina, ecc.). Tutte le altre citazioni spontanee, incluse le rare errate, non raggiungono il 5%.
La conoscenza della localizzazione del Chianti è eccellente: l’82% degli intervistati fa riferimento alla Toscana, mentre un modesto 13% non sa collocare il Chianti in una regione italiana e il 5% non è neppure informato che il Chianti è geograficamente individuabile. È interessante notare che l’area dell’ignoranza parziale o totale, in media pari al 18%, scende al 5% tra i toscani ma raggiunge ben il 41% tra i 18-24enni.
Quanto al profilo d’immagine della zona del Chianti, esso appare eccezionalmente positivo. Infatti, le riserve o le critiche non raggiungono mai il 10% del campione: in particolare, la percepita decadenza è indicata dal 4 per mille, l’‘invasione’ da parte di troppa gente da meno del 5%, la sopravvalutazione dei suoi vini dal 5%, l’esorbitanza dei prezzi (legata alla sua stessa fama) è lamentata da meno del 9%. Prevalgono i giudizi positivi: quest’area è bellissima (80%), è zona di produzione di vini di grande qualità (74%) oltre che famosi nel mondo (67%), offre una grande tradizione culinaria ed enogastronomica (57%), è un patrimonio paesaggistico e culturale (52%), è molto amata dagli stranieri (51%), è una destinazione turistica importante (42%), è pure un simbolo dell’eccellenza italiana (sempre 42%), è abitata da persone cordiali e simpatiche oltre che accoglienti e ospitali (30%) così come da VIP italiani e stranieri (il 18% evoca il Chiantishire). È inutile dire che in Toscana pressoché tutti i giudizi risultano al di sopra della media (anche per una sorta di orgoglio locale), mentre i dati più elevati s’incontrano in genere al di sopra dei 40 anni, dal momento che i giovani adulti e specialmente i giovani 18-24enni risultano non solo più ignoranti ma anche più ‘lontani’ dal Chianti e suoi minori estimatori.
Quanto al rapporto personale con la zona del Chianti, solo il 4% afferma di non esserci mai stato e di non avere alcun interesse a farlo; vale il decuplo la percentuale di coloro che amerebbero andarci per la prima volta (40%); il 57% è stato in quest’area. In dettaglio, il 2% ci vive o ci viveva in passato, il 23% c’è stato numerose volte, il 15% solo una volta, infine il 18% solo di passaggio. Se in media il 43% degli intervistati non è mai stato sinora in Chianti in vita sua, tra i 25-34enni si arriva al 51% e tra i 18-24enni addirittura al 66%.
Le motivazioni di visita del Chianti sono state in larga misura connesse al turismo (82% di chi vi si è recato almeno una volta: in un caso su tre restandovi più di una settimana, in due casi su tre meno di una settimana, in un caso su tre anche o solo per visitarvi cantine e provare vini); il 19% è stato sin qui in Chianti per andare a trovare amici, il 13% per motivi di lavoro e – assai raramente – di studio, il 7% avendo legami familiari in zona.
Passiamo ora ai consumi di vino. L’11% del campione si definisce astemio e un altro 13% indica consumi infimi (basati sul bere un bicchiere di vino con frequenza men che mensile); il 19% risulta saltuario (poche volte al mese); il 24% può essere qualificato quale medio (bevendo vino 2-3 volte alla settimana); infine il 34% è indicabile quale forte consumatore di vino (ossia 4 o più volte alla settimana: in prevalenza quotidianamente).
Quanto alle personali preferenze circa i vini, quelli rossi sono indicati dal 38%, quelli bianchi dal 18%, quelli rosati dal 7%; il 20% privilegia i vini frizzanti versus il 13% che cita, all’opposto, quelli fermi; il 16% preferisce i vini robusti e corposi versus il 13% che cita invece quelli leggeri e morbidi; il 15% preferisce i vini fruttati e dolci e il 7% quelli secchi. Il 34% preferisce i vini italiani e il 31% quelli DOC o DOCG o IGT, col 18% che ama provare vini diversi di più aree geografiche e il 13% che preferisce di volta in volta quelli della zona in cui si trova, mentre solo il 6% si limita ai vini della propria zona d’origine. I veri intenditori, che conoscono i diversi vitigni e le principali marche, sono solo il 5%, mentre un ben maggiore 36% afferma di amare il vino e di conoscerne diversi tipi ma senza esserne un intenditore; il 28% ama bere vino ma senza intendersene granché; il 13% dice di consumare poco vino e di non intendersene affatto. È interessante notare che solo il 10% preferisce vini dal nome sicuro e affidabile indipendentemente dal prezzo, mentre il 9% privilegia vini convenienti o comunque non troppo cari.
La conoscenza del vino Chianti è più che buona: solo il 3% non lo ha mai sentito nominare; il 18% lo conosce ma solo di fama, senza averlo mai consumato; il 37% l’ha provato ma sostiene di non conoscerlo molto bene; il 41% (circa 18.2 milioni di adulti) ne è un ottimo conoscitore (qui con prevalenza dei maschi, degli ultra25enni, dei residenti in Toscana – ovviamente moltissimo – e al nord).
Quali tipi di vino sono associati al Chianti? I rossi (82%: solo il 16% evoca i bianchi e un ancor minore 7% i rosati); i DOC/DOCG (55%); i vini robusti e di buon corpo (33%: meno del 7% evoca quelli leggeri e morbidi e solo l’1% quelli con basso contenuto alcolico); i fermi (15% versus il 7% che indica anche i frizzanti).
La frequenza di consumo del Chianti è nulla o quasi per il 25% del campione; assai bassa (da una volta al mese sino a una al trimestre) per il 37%; media (ossia più volte al mese) per il 27%; alta (cioè più volte alla settimana e spesso quotidianamente) per il 12%. Sommando le ultime due risposte si ottiene un totale di 13.4 milioni di consumatori con frequenza significativa, con ovvio predominio della Toscana (qui si giunge addirittura al 69%).
I principali pregi spontaneamente attribuiti al Chianti sono cinque: il gusto/sapore (33%), la corposità/robustezza/struttura (26%), il profumo (14%), l’alta qualità garantita (12%), il bel colore rosso (10%). L’unico difetto è - ma solo per il 20% dei conoscitori di questo vino - il prezzo, talora troppo elevato.
Il profilo d’immagine del Chianti, inteso come vino e non come area, è buono, seppur con alcune ‘ombre’. I tratti principali sono la DOC (48%), l’ottima distribuzione e la conseguente facile reperibilità (48%), la domanda anche da parte dei turisti (48%), l’ottimo abbinamento con le carni rosse (47%) e – per la metà – con molti formaggi (24%), coi primi piatti (15%) e con gli antipasti (12%). Il Chianti è poi un vino adatto come regalo/omaggio (40%), con un bellissimo colore (39%), perfetto accompagnamento di molti cibi e piatti della tradizione italiana (39%), validissimo per occasioni speciali (36%), naturale e genuino (ossia non manipolato: 35%), con un ottimo rapporto qualità/prezzo (29%), adatto a un consumo quotidiano (26%), con carattere ma senza essere troppo forte e corposo (25%), morbido/rotondo e piacevole da bere (23%), robusto e corposo (18%). Va aggiunto che al 32% degli intervistati piace molto personalmente (si tratta di ben 10.6 milioni di adulti). Alcune aree critiche riguardano la carenza di marche note e qualificate (indicate solo dal 26%) e di talune marche davvero eccezionali (segnalate solo dal 20%): in generale il branding risulta modesto, come conferma anche la rara percezione di significativi investimenti in pubblicità, propria di meno dell’8%. Il secondo, rilevante punto di debolezza è legato al fatto che il Chianti non è reputato un vino trendy, di moda (solo il 12% ne è convinto). Il terzo attiene all’evidente ‘divorzio’ in atto con le giovani generazioni.
Al di là di questi limiti, sono grandi la forza, la notorietà e il prestigio del Chianti: basti dire che il 76% dei conoscitori lo ritiene un vino non solo famoso ma anche uno dei motivi di orgoglio del Made in Italy nel settore enologico; il 61% lo giudica uno dei migliori rossi italiani; il 57% ne esalta la grande tradizione; il 46% ne parla in relazione a un intatto e grande successo; il 28% segnala il fatto che la sua eccellente reputazione non è mai stata intaccata da scandali (diversamente da altri vini anche toscani e anche celebri); meno del 4% ne percepisce una qualche decadenza, una perdita di successo rispetto al passato.
D’altra parte, è assai buona l’immagine del consumatore tipico del Chianti, poco definito in termini di aree geografiche e di genere (per la sua sostanziale trasversalità); positivamente identificato con i 30-50enni più che con gli anziani e ovviamente i giovani; vedente l’assoluta prevalenza di chi ama trattarsi bene e sa apprezzare il vino (62%), di chi ama i prodotti del territorio, connessi a specifiche tradizioni locali (non necessariamente proprie: 48%), di chi privilegia cibi e bevande genuini e non manipolati (41%), degli intenditori e cioè degli amanti dei buoni vini (36%).
Le occasioni di consumo personale del Chianti vedono ai primi posti l’assunzione domestica ai pasti (53%) e – sempre ai pasti – al ristorante/trattoria/pizzeria (52%). Il 33% evoca le cene conviviali con tanta gente, il 31% quelle a casa di familiari/amici/conoscenti col Chianti offerto dagli ospitanti, mentre il 28% fa lo stesso riferimento ma parlando del Chianti portato in omaggio agli ospiti (28%). Minoranze più ristrette parlano del consumo presso enoteche o wine bar (23%), delle occasioni importanti (come feste, compleanni, anniversari, ecc.: 21%), con solo il 9% che riferisce del consumo domestico al di fuori dei pasti (nel pomeriggio, all’aperitivo, ecc.) oppure fuori casa presso bar e pub (7%).
I vini giudicati un’alternativa di consumo al Chianti sono numerosi: al primo posto troviamo il Brunello di Montalcino (49%), seguito dal Nero d’Avola (38%), dal Rosso di Montalcino (31%), dal Montepulciano d’Abruzzo (29%), dal Barolo (28%), dal Morellino di Scansano (26%), dal Sangiovese (25%), dal Nobile di Montepulciano (24%), dal Dolcetto d’Alba (23%), dalla Barbera d’Asti (22%), dal Primitivo (21%), con molti altri vini con percentuali minori di citazioni.
L’acquisto personale di Chianti è nullo per il 18%, saltuario per il 68%, frequente o regolare per il 14% (in quest’ultimo caso si tratta di 4.6 milioni di persone, non necessariamente consumatori in proprio, tenendo conto del buying da parte di varie responsabili degli acquisti che agiscono ‘su ordinazione’ da parte di un familiare bevitore).
I canali d’acquisto utilizzati dai buyers del Chianti vedono il prevalere della GDO (supermercato 53%, ipermercato 40%, superette 7%, discount 5%) sull’enoteca/wine bar (per l’acquisto - specie saltuario - 50% o per il consumo sul posto che si ferma al 12%), sui ristoranti/ecc. (per il consumo al tavolo: 21%), sui bar o pub (per la mescita: meno del 5%).
Quali sono i drivers nella scelta del Chianti? Al primo posto la presenza di un marchio di garanzia (51%), seguito dal prezzo (49%), dalla zona specifica di provenienza (44%), dalla marca (39%), dalle indicazioni dell’etichetta (35%), dall’annata (33%), dalla visibilità/riconoscibilità dell’etichetta (24%), dalla cantina (24%).
E il giusto prezzo per una bottiglia di Chianti? Solo il 14% non supera i 4 €; il 24% si colloca tra i 5 e i 6 €; il 38% tra i 7 e i 10 €; il 24% va dagli 11 € in su. Si tratta, ovviamente, di prezzi non in promozione: colpisce comunque il forte divario tra il prezzo medio effettivo di vendita del Chianti nella GDO e i prezzi che il consumatore si dice disposto a pagare, il che lascia intendere che il calo (e spesso il tracollo) dei prezzi registratosi specie negli ultimi anni, oltre a danneggiare gravemente i produttori e la loro redditività, non serve a soddisfare bisogni collettivi in materia.
Per finire, ecco qualche dato sul Consorzio del Chianti: per quel che attiene alla sua conoscenza, il 53% è informato della sua esistenza ma solo il 15% ha informazioni precise in merito (è vasta l’ignoranza circa la distinzione tra Chianti Classico e non). Le aspettative ad esso rivolte riguardano con forza (‘molto’) il controllo dell’intero ciclo produttivo a tutela della qualità del prodotto (70%); il controllo del rispetto dei requisiti della DOC (69%); la tutela del marchio Chianti in Italia e nel mondo (68%); la garanzia del rispetto degli standard minimi di qualità e integrità da parte di tutti produttori associati (66%). Su valori più bassi, che però diventano largamente maggioritari se ai rispondenti ‘molto’ si aggiungono quelli ‘abbastanza’, troviamo l’assistenza tecnica e il supporto informativo a tutti i produttori associati; la promozione del territorio e del vino tramite eventi nazionali e internazionali e – un po’ meno – tramite pubblicità ecc.; l’attività di rappresentanza dei produttori presso le istituzioni e i partner commerciali.
Una prima conclusione è questa: il Chianti si presenta tuttora come uno dei grandi vini italiani, ricco di tradizione, profondamente radicato in uno splendido territorio piuttosto noto e assai caro agli Italiani e agli stranieri; identificato col rosso di buon corpo (ma non troppo greve), con un gusto e un profumo e un colore eccellenti, esso è parte a tutti gli effetti dell’eccellenza del Made in Italy. Non riesce, però, a captare i giovani e – in parte – i giovani adulti; non gode della notorietà e del ‘traino’ di forti marche; non risulta adeguatamente comunicato e promosso; non è in alcun modo un prodotto trendy e di moda. Inoltre, viene svenduto in misura esorbitante, tra l’altro non rispondendo alle aspettative e alle richieste di gran parte della domanda. Merita, perciò, di essere sostenuto da adeguate strategie e politiche di parziale riposizionamento, di rivalorizzazione, di incremento del ruolo delle marche (in un contesto nel quale il Consorzio gioca un importante ruolo, solo in parte noto ma sostenuto da un vasto consenso circa le sue finalità istituzionali).
FONTE: REpubblica.it
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